Claudia Rossetti nasce a Padova nel 1981.
Nove mesi dopo viene abbandonata dalla madre biologica e accolta dalle suore Dorotee di Dolo. Nel 1984 viene adottata e si trasferisce a Treviso. È l’inizio di una vita segnata da radici spezzate, silenzi, e da una sensibilità precoce che la porterà a osservare il mondo sempre un passo di lato.
Nel 1987 conosce Nino De Valerie, anziano vicino di casa. Tra loro nasce un legame profondo e silenzioso: è lui a insegnarle a disegnare, con una regola che diventerà LEGGE — la matita non deve mai staccarsi dal foglio. Un gesto semplice che diventa visione del mondo.
Timidissima, cresce circondata da adulti. L’unica vera evasione è Isabella, una coetanea che la porta fuori casa una volta alla settimana. Dislessica, impacciata, vive la scuola come un luogo di stress continuo: la paura di sbagliare la paralizza. I voti sono il riflesso delle sue frustrazioni. L’unica cosa che ama davvero è disegnare.
È sempre distratta, immersa in un mondo incantato attraversato da una malinconia latente, già evidente nei test attitudinali degli anni ’90. Le scuole medie sono un incubo di voti bassi e umiliazioni, culminate nell’odio per l’insegnante di matematica.
Soffre profondamente la solitudine. È dolce, simpatica, ma sopraffatta da una timidezza cronica e dalla convinzione di non essere mai nel posto giusto. Si sentirà sempre inferiore a chiunque.
Il giudizio di una madre severa, incline a scenate di rabbia, la segna in modo irreversibile. Si rifugia in un legame non genitoriale con il padre, che diventa il suo tutto. Subisce la presenza costante di una nonna materna giudicante, simile alla madre, con la quale non legherà mai e che sentirà come un avvoltoio sulla propria vita fino alla morte.
Alle superiori emerge una fame disperata di amore e amicizia. Si iscrive al liceo classico, che abbandona dopo quattro anni, inimicandosi una professoressa di chimica e scontrandosi duramente con un professore di storia, appassionato di caccia, sadico e privo di empatia.
In compenso, la sua capacità di parlare migliora in modo sorprendente grazie alla lettura compulsiva: divora libri di ogni genere, preferendoli alle uscite.
A diciassette anni entra a pieni voti al liceo artistico, dopo un corso intensivo alla Galleria di Franco Fonzo, con cui collaborerà anche da adulta. Qui esplode.
Dimostra una crescita caratteriale feroce e si distingue subito per la sua dialettica ricercata, l’indole istrionica, istintiva, teatrale, spesso cinica e irriverente. Diventa naturalmente centro della scena.
Si innamora del professore di lettere, poeta romantico. Beve limoncelli con il professor David, artista noto. Fa innamorare di sé il professore di modellato Stiffoni, conte veneziano prossimo alla pensione, che dirà di lei:
“È un genio. Quando perde le staffe crea capolavori che poi lancia per terra per andare a fumare una canna in giardino. A volte non torna a lezione perché si perde a parlare con le farfalle. Come si fa a non amarla? È una creatura da proteggere, lontana dalle contaminazioni sociali.”
Si appassiona al pensiero libero del professor Rotundo di figura, che le trasmette il concetto del “disegnare senza disegnare”. Un’idea che la terrà sveglia notti intere e la spingerà a studiare filosofi del passato, fino a farla propria definitivamente intorno ai quarant’anni, ricevendo i complimenti dello stesso professore.
Sempre a diciassette anni, trova per caso un volantino della U.C.A.I. – Unione Cattolica Artisti Italiani. Con un coraggio insolito si propone per una mostra a tema religioso che si terrà tre giorni dopo al Battistero del Duomo di Treviso.
Qui incontra Aurelio De Meo, ex colonnello, artista dolcissimo, che le chiede:
“Hai mai dipinto una Sacra Famiglia?”
Non l’ha mai fatto. La dipinge quella notte.
Realizza un’opera ad olio di grandi dimensioni con una velocità feroce, dettata da grinta e istinto. All’alba costruisce da sola la cornice in legno. L’opera, esposta il giorno dopo, viene accolta con entusiasmo dalla Curia di Treviso e donata alle sale del Vaticano, dove è tuttora esposta. Sarà l’unica Sacra Famiglia che dipingerà.
Seguono moltissime esposizioni, vissute però con una certa noia: Claudia percepisce il mestiere dell’artista come qualcosa di molto più complesso.
Si avvicina anche alla musica: entra in un coro gospel noto e inizia a frequentare di nascosto La Pausa, locale che dopo mezzanotte diventa il covo degli artisti della Marca. Stringe legami profondi con musicisti, passa notti intere con Tolo Marton e altri, allontanandosi dalla compagnia “normale”.
Di giorno studentessa, poi accademica, poi restauratrice; di notte immersa in discussioni sull’arte con spiriti affini.
Il mondo va avanti, lei resta in un’epoca parallela. Incapace di mantenere relazioni stabili, si circonda di artisti folli e collerici piuttosto che costruire una vita conforme.
Nel 2004 fugge sei mesi prima di un matrimonio in cui era caduta per stanchezza e desiderio di fuga dal giudizio materno. Nello stesso periodo il padre si ammala di sclerosi sistemica. Ogni sogno di lasciare Treviso si infrange: decide che non lo abbandonerà mai.
Cambia compagni, fugge da ogni proposta di stabilità. Le uniche costanti restano la pittura e il canto. Partecipa a numerosi gruppi musicali che si riuniscono in salette insonorizzate, cantando di tutto.
Nel 2009 muore la nonna. Pochi giorni prima del funerale la madre le dice:
“Tua nonna era innamorata di te, solo che non aveva il coraggio di dirtelo.”
Sconvolta, Claudia scrive una lettera che posa sotto le mani della nonna in obitorio. Da quel momento inizia un dialogo con la morte che intensifica la sua malinconia e la conduce a essere conosciuta come l’artista del dolore.
Accantona temporaneamente l’ombra per dare alla luce sua figlia Emma. Con la gravidanza si sente finalmente forte. Artisticamente si presenta al pubblico con maggiore arroganza e consapevolezza.
Nel 2011 viene operata d’urgenza per una massa maligna causata da HPV. Va sola in ospedale a Pordenone, con una bambina di cinque mesi, una madre incapace di aiutare e un padre allettato.
Nel giugno 2013 muore il padre dopo dodici anni di malattia. Ancora una volta scrive una lettera, che riposa con lui.
Pochi giorni dopo entra in un gruppo Facebook dedicato al Professor Rossetti, inizialmente spazio di condoglianze, poi divenuto un vero diario pubblico: una conversazione continua con il padre, testimonianza della sua malattia, manifesto sociale e voce di un’artista ormai conosciuta.
Con la morte del padre il suo mondo infantile crolla. È costretta a diventare adulta, a reggere una madre fragile e distaccata, a indossare mille ruoli mentre la depressione, prima silenziosa, poi devastante, prende forma.
Nel 2014 realizza uno degli ultimi desideri del padre e fonda una compagnia artistica che per dieci anni diventerà un’istituzione anarchica e controcorrente di arte autentica.
Nello stesso anno sposa A.C., errore rapido e doloroso.
Dal 2014 al 2020 realizza oltre 600 collaborazioni, eventi e manifestazioni.
Nel 2015 partecipa al Guinness Km per l’infanzia, nel 2016 al Tondo Giro dei Diritti dei Bambini.
Artista performer da oltre trent’anni, conta più di 400 esposizioni, oltre 200 eventi realizzati, numerosi premi e riconoscimenti, e tre libri scritti (un quarto in attesa di pubblicazione).
Vive d’arte, romantica e passionale. Una di quelle che mordono la vita.
Cerca di realizzare tutto ciò che le attraversa la testa, coinvolgendo chiunque, perché crede che tutti abbiano il desiderio di urlare alla luna l’amore per questa vita feroce.
Ha viaggiato negli abissi della coscienza umana. Ha sentito tutto sulla propria pelle. Ora lo condivide.
Ha inventato una forma di recitazione improvvisata basata sulla semplicità espressiva: dieci parole, azioni, e un discorso che nasce sul momento.
Dal 2025 scrive canzoni. Testi autobiografici che sfociano in un pensiero anarchico, coerente con tutta la sua produzione artistica.