Ho sempre raccontato i miei successi.
Il mio impegno.
Le mie battaglie vinte.
Vi ho abituati bene: quando brillavo, c’ero.
Poi è arrivata la violenza.
Poi il lutto.
Poi un gennaio che non augurerei a nessuno.
E ho smesso di raccontare.
Non per incoerenza.
Per sopravvivenza.
Qualcuno si chiede quando “metterò la testa a posto”.
La risposta è semplice: la mia testa è l’unica cosa che mi ha tenuta viva.
Quando perdi la casa, quando l’uomo che ami torna in manette, quando vaghi per settimane tra ospitalità generose e sorrisi interessati, la stabilità non è un’opinione. È resistenza.
Ho visto l’ipocrisia in alta definizione.
Ho sentito il peso dei giudizi di chi non ha mai retto neppure un decimo di ciò che io ho attraversato.
Ho imparato che molti amano assistere alla caduta più di quanto sappiano sostenere la risalita.
Non scrivo per farmi compatire.
Non ho bisogno di martiri né di pubblico.
Scrivo perché la coerenza, per me, significa non raccontare solo la luce.
Significa ammettere il buio senza diventarne complice.
Ho perso.
Ho sofferto.
Ho taciuto.
Ma non mi sono spezzata.
Grazie a me stessa sono ancora qui.
Con le mie canzoni.
Con mia figlia.
Con qualche presenza vera — poche, ma reali.
Non sono qui per essere capita da tutti.
Sono qui perché ho resistito.
E questo, con eleganza, basta
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