Sommersa come Atlantide, fu dagli insulti,
ogni passo un graffio, sputi, sussulti.
Camminava a testa alta , lo stesso
tra facce e occhi che le mostravano disprezzo
Si perse nel suo abisso —
per la madre nient'altro che della figlia il riflesso
fu casa e cella, respiro e castigo,
in un destino , il suo così ambiguo
Amici le eran soltanto
piccoli immaginari e malevoli alquanto
le sussurravano amore col fiato assente.
con volti di pietra la guardavano arrogantemente
Lei ingenua nella vita
ci credeva a quel biente, rimanendo poi annichita
un fiore nato nel cemento
strappato a casaccio in un giorno di forte vento
Percorse strade senza luce
scivolò dentro paure che divvennero la sua croce
Solo nella mente respirava, finalmente,
nessuno in quel luogo la giudicava ipocritaente
Le sue lacrime le sfioravano il viso
come carezze privandola del sorriso
Sommersa come Atlantide fu di insulti
Ma in quel patimento i suoi colori risorsero finalmente Sciolti
Si alzò dal suo stesso sgomento,
un urlo sporco — ma vivo — nel vento.
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