L’aria era calda, immobile, e il sudore mi colava lungo la schiena. Lei stava lì, con la sua testa per aria, a scribacchiare come se nulla esistesse attorno. Linda. La guardavo da giorni come un predatore fa con la preda. Quel corpo troppo vivo, troppo ostentato nei suoi movimenti. E quelle mutandine che ormai non portava più, lo sapevo. Bastava un suo passaggio in corridoio per sentirmi duro all’istante.
Quel pomeriggio non eravamo soli: io e l’altro ci scambiammo uno sguardo rapido. Un accordo silenzioso. Lei non capì subito, era distratta, ma io già mi muovevo. Quando si voltò verso la porta, pronta ad andarsene con quella scusa idiota della birra, non resistetti: la presi per un braccio e la tirai a me. Sentii il suo corpo irrigidirsi, poi tremare, e in quel tremito c’era già metà della mia eccitazione.
Il mio cazzo premeva duro contro di lei, e volevo che lo sentisse, che capisse cosa stava per succedere. “Prendi una sedia” dissi al mio complice senza nemmeno guardarlo, mentre stringevo la sua vita e respiravo forte contro il suo collo. Volevo che fosse chiaro: ora comandavo io.
Le sue mani provarono a spingermi via, ma era più una danza che una fuga. Dentro di me cresceva un piacere feroce nel vedere quella sua indecisione: vittima o complice? Innocente o puttana? Non le davo tempo di scegliere. In pochi secondi la trovammo legata, i polsi serrati, e l’abito strappato le scivolò giù rivelando un corpo che tremava… non di paura, ma di orgasmo improvviso. Spruzzò bagnandosi le cosce e anche la mia pelle, e io risi. “Non sai nemmeno resistere un attimo, eh?”
Il suo squirt mi incendiò. Mi sentii il padrone del suo corpo, eppure era lei che, in quel gemito, comandava su di noi. Mi inginocchiai davanti a lei e le infilai il cazzo in bocca, senza pietà. La sua gola si contrasse, i suoi occhi si inumidirono. Volevo portarla al limite. Volevo che sputasse, che tossisse, che gemesse. Ogni suo conato era musica, ogni lacrima un segno che stavo vincendo.
Poi fu un vortice: lingue, morsi, dita che affondavano ovunque, il suo corpo teso e sudato. Io e l’altro ci alternavamo, scopandola a turno, tenendola ferma quando provava a ribellarsi, stringendola più forte quando sembrava cedere. Non era solo sesso: era una lotta. Una sfida a chi avrebbe ceduto per primo.
Eppure, più la possedevamo, più avevo la sensazione che fosse lei a possederci. Lei che urlava, lei che non diceva mai basta, lei che trasformava il dolore in piacere. Alla fine eravamo noi due, sudati, stanchi, quasi distrutti… ma nei suoi occhi c’era ancora quella fiamma. La vera vincitrice era lei.